lasciarti, caro splinder

è un lutto, per me.
qui sono nata, e sono morta e poi rinata.
qui, sono diventata e qui resterò attaccata.
c’è un motivo a tutto, ma tutto non è sempre, ciò che si vuole.

io.
io volevo poche cose.
mi sono rimaste le cose, meno di poche.
ed ora te ne vai, anche tu.

non sono riuscita a salvarti. non sono capace. e come nella vita, ho fatto casini.
si vede che doveva andare così.
così, anche un ciao diviene un addio.

addio, splinder.

 

simy*, quella con l’asterisco

 

mostra il mostro

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come fai a dire a me, di imparare ad aspettare.
a me, che aspetto da una vita, di vivere.
e aspetto dietro a te e dietro a tutti quelli che.

ma tu, tu lo sai, che a me non frega un cazzo di niente?
lo sai o non lo sai.
e delle attese, ne vogliamo parlare? 
e dei sì che diventano no, e dei no che non cambiano mai?
ma perché. perché.

perché la gente, quando gli rode il culo, mostra il mostro che ha in sé.
allora non è vera, quella verità che dice di dire.
e tu che dici, e lo dici a me.
a me, che l'unica volta che ho fatto aspettare qualcuno, è stato mio marito davanti all'altare, ma solo perché mi ci hanno costretta.
forse ho sbagliato tutto, nella vita. tutto. e mi vengono in mente i pianti di una nonna, che ora da morta ancora aspetta, di andare a trovare i suoi partenti lì, su quei monti. e lui, risposato, ha portato a spasso la seconda, finché non l'ha seppellito.

e che vuoi che ti dica, il dolore porta a galla anche quello degli altri, e si pensa.
penso che mi fai sentire una merda, tu, in certi momenti. e poi per cosa, per delle banalità, come dici tu. ma se lo fossero davvero, non mi tratteresti come carta straccia. e vai di corsa, con il veleno addosso.

addosso, io non ho nulla, solo ore e ore d'attesa, e quella mezza parola, diviene un punto di vista, su ciò che è più importante.
forse io non sono capace a lasciar correre, ché le ore corrono, e poi davanti ho solo ore sole. perché è questo, che ho, dalla società.
e non devo andare tanto lontana, per trovarla, questa società. è qui, a due passi da me, ma non pensa a me, ma solo al suo egoismo o fabbisogno. e allora mi viene a cercare, e divento la prima, quando il secondo si fa urgenza.

io non le ho, ho solo qualche te, e per te lascio aspettare, la vita stessa.
e credo non sia giusto.
e mi sento un mostro…

passalento

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c’era un quadro, alla parete destra della camera da pranzo. un pierrot.
non m’è mai piaciuto, e nemmeno quella grande lacrima, che scendeva, semicoperta, dalla polvere, ché rigida rimaneva incolonnata al palmo.

non mi sono mai piaciuti i circhi. troppo pena per gli animali, e per le persone che ci lavorano dietro, come se il dolore fosse una tasca per fare soldi. e loro, pochi, ma ce li fanno. e poi i clown, che devono ridere, anche se.
ed è quell’anche se che sento dentro, che mi fa male e pena mi dà, il loro nascondersi da una maschera. un po’, un po’ come la mia.

e quel quadro, era triste, anche se piatto, senza sentimento. forse è questo, che mi disturbava. non lo so. non me lo ricordo più. ma ricordo.

sono triste stasera. tanto. ma è una tristezza che non viene da nessun male. è solo che prendo sempre più consapevolezza. e allora.

e l’ora non passa mai. minuti interminabili, fissi, sull’attesa. e non so di che.
ho freddo, e me lo porto addosso al dentro.

Signore mio, mi passerà, vero?
m’hai detto già tutto, che te lo chiedo a fare.
c’è chi fa il bastone, e chi fa i passi.
m’hai fatto bastone, e tu ti ci appoggi, con tutti i tuoi dolori,
cerco di colorarli, ma s’accora la solitudine, e t’arreca ingratitudine.

passalento, questo smistamento di ore strette, e mi ritrovo vecchia e sola, come se il sole si fosse fermato a mezzoggiorno. e senz’acqua mi si secca il cuore. e resta lì, in attesa d’una caraffa che l’abbracci. 

e  tutto mi resta tempio di lacrime, mentre amo l’amato mio signore, da dietro ad una colonna…

 

grazie, a chi mi fa le grazie

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ricordo un giorno, era tanto tempo fa. ma questo tempo poi ritorna, ché la vita è una ruota, e ritornano anche certe situazioni.
 

eravamo andati ad una festa. già allora ero la seconda, e mi ci sentii ancora di più quando mi dissero: ma lui è venuto solo per lei, non lo sapevi?

porca puttana quante cose non sapevo!

passano gli anni, e sono rimasta seconda, anche per gli altri. pochi, ma ci sono stati. come ci sono stati i "ma non lo sapevi?". io lo sapevo, e lo so, ma mi faccio sempre finta che non è vero.

credo che questo far finta sia una schifezza.

forse ha ragione chi pensa il contrario, e si fa i cazzi suoi senza dirlo, nemmeno a se stesso, così non si deve nemmeno giustificare da solo.

poi passarono altri anni, e ricordo quel giorno ritornato, e ritornò in un bar.
ricordo il sorriso morto in gola. ricordo la morte.
a volte la ringrazio, altre le chiedo le grazie.

grazie a certe situazioni, non sempre riesco ad accettare, di essere seconda, ma spero che questa Dio, me la perdoni.

poi, passati ancora anni, s'è ancora rinnovata questa situazione, e mi sono trovata seconda, sola lungo un fiume.

e penso a dante, e al suo caronte.
e ringrazio a chi mi fa le grazie…

lì è come un letto

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c'è un silenzio disumano.
sono partiti tutti, anche la strada.
c'è la crisi, dicono.

sono di nuovo in crisi, ma questa è ancora più tosta delle altre. mi sa.

hai presente quando ti trovi di fronte ad un burrone?
ecco, io non so se sono il burrone, o un centimetro prima.

prima era diverso. ora non ho più scopi.

scopavi con me, ma pensavi a lei.
sai, lo faccio anche io, e te lo confesso adesso. adesso che scopo solo con la mente, e so come ci si sente. ed ora penso anche che così, lo fanno tutti.
e lo fanno dopo aver ottenuto tutto a letto, e allora si stufano di quel letto e vanno a cercarne altri, e poi al ritorno nel proprio, fanno i pensieri.

prima non lo sapevo.

e mi viene in mente quando mi sentivo dire che io mi credo furba.
non credo di essermi mai sentita così, anzi, se lo fossi, farei tutto il contrario di tutto. e invece quel tutto lo faccio alla rovescia. e me la prendo sempre lì.

lì, mi sento triste.
lì non è il culo.
lì, è il cuore.

lì è come un letto, e nel mio non ci dorme più nessuno. nemmeno io.
uno va a letto per riposarsi, ché domani deve essere in forma per ricominciare.
io non devo ricominciare nulla, e allora mi dico che ci vado a fare a chiudere gli occhi lì.

lì è un letto disumano. come la strada.

sono partiti tutti.
dicono che c'è la crisi.

io me ne sto andando.

 

e adesso

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abbiamo parlato nel vuoto. e si ricomincia col passato, ogni volta che.

che posto ho in questa vita. e ritorno alla prima sera, quando di giorno non si faceva mai, il giorno.

tutto è buio, anche i fantasmi. e tu mi vieni a soffiare sul collo.

ho lottato lotte, contro il mondo, per.

e si moltiplicano le assenze, mentre mi faccio fuori dal mondo.

il lungo inverno durerà a lungo, mentre vedo giovani vite accanto a te, vita mia, e sento che non sei mia. non lo sei mai stata. e neppure tu. e a me resterà l'inverno.

tu lo sai, come lo so io. e mi sento uno straccio, dentro a questo straccio di corpo, che non piace a te, e nemmeno a me.

a me resta la mente, con una infinità di bobine, per farci film, per le favole.

e lo sarebbe, se tu mi sorridessi un attimo, come fossi l'unica vita, come io faccio con la tua. e la guardo, e non dirmi di non farlo, ché la bellezza è un rapimento, dove infilare tutti i sogni.

nessuno mi ha rapita, e non ho nemmeno sogni, da condividere nel sogno.

e tutto resta vuoto.

e adesso.

e adesso, giù la vita…

zero, da

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va bene così, ricominciamo da zero.
faccio finta. ma va bene così.

mi guardo pisolo, mentre mi guarda. veramente mi sta fissando.
mi domando se non ho rovinato anche lui. e chissà che pensa, mentre mi fissa.
vive di me, del cibo che gli dò e del balcone. credo sia una vita di merda, non di cane, e nemmeno da cane.

dovrebbe uscire, magari vedere gente come lui, ma da quella volta che me l'hanno addentato, io ho paura, di portarlo a spasso.
spesso viene bigné e gioca con lui, ma più che giocare deve sottostare al grado di anzianità, ché bigné è più grande e fa il padrone.

penso a te, mentre penso al detto che dice chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane, e al tuo modo di avere entrambi anche se non li hai, entrambi.
è un allenamento, mi hai detto, che fai sin da piccolo.
io da piccola mi allenavo a far finta che ci stavo.

mentre penso a queste cose, mi dico che fondamentalmente è la legge della natura, ad essere in contrasto con l'essere. cioè, questo lo pensiamo noi, visto che vogliamo cambiarla a tutti i costi, ché lei c'è da sempre.
poi arriviamo noi, e facciamo casino. un po' come quando si incontra quella cosa che si chiama amore. ma io penso che questa cosa, siamo noi a chiamarla così, perché credo sia altro. forse è un tappabuchi.

ecco, forse per pisolo sono il suo tappabuchi, ché lui non conosce il mondo, e in mancanza di altro. ci sono io. un po' come hanno fatto con me alcune persone.

ma forse siamo tutti così. io lo spero, così dovrò solo abituarmi ad un'idea.

mica facile, ricominciare da zero, però.